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Eleonora Lo Iacono ©
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Ho letto tanti libri…Eppure, come tutti gli autodidatti, non sono mai sicura di quello che ho capito. Un giorno mi sembra di abbracciare con un solo sguardo la totalità del sapere, come se all’improvviso invisibili ramificazioni nascessero, e intrecciassero fra loro tutte le mie letture sparse – poi subito il senso scivola via, l’essenziale mi sfugge, e per quanto rilegga le stesse righe ogni volta mi appaiono più inafferrabili, mentre io mi vedo come una vecchia pazza che crede di avere la pancia piena soltanto perché ha letto attentamente il menù. Pare che questa compresenza di talento e cecità sia il tratto distintivo dell'autodidatta. Pur privando il soggetto della guida sicura che ogni buona formazione fornisce, gli dona tuttavia libertà e capacità di sintesi del pensiero, laddove i discorsi ufficiali frappongono barriere e vietano l'avventura.
La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo.
E' questo il movimento del mondo? Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibiltà della perfezione? [...] Tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un'inezia e che perdiamo per l'eternità... Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs folgoranti che un giorno sono apparsi e che non abbiamo saputo cogliere, e che sono sprofondati per sempre nel nulla... lo smacco appena un pelo più in là... [...] Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro.
Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un'estasi per interposta persona.
La lingua, ricchezza dell'uomo, e i suoi usi, elaborazione della comunità sociale, sono opere sacre. Che con il tempo si evolvano, si trasformino, si dimentichino e rinascano, che talora la loro trasgressione divenga fonte di una maggiore fecondità, non esclude affatto che prima di prendersi la libertà del gioco e del cambiamento occorra aver dichiarato loro piena sudditanza.
Non vediamo mai più in là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all'incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell'altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. [...] Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e d'incontrare qualcuno.
La grammatica
lo stadio di coscienza
che porta al bello
[...] per scrivere un pensiero profondo devo entrare in uno stadio molto speciale, altrimenti idee e parole stentano ad arrivare. Devo lasciarmi andare e nello stesso tempo essere superconcentrata. Ma non è questione di "volontà", è un meccanismo che mettiamo o meno in funzione, come per grattarsi il naso o fare una capriola all'indietro. E per metterlo in funzione non c'è niente di meglio di un brano musicale. Ad esempio, per rilassarmi ascolto qualcosa che mi faccia raggiungere una sorta di umore distante, in cui le cose non mi toccano veramente, in cui vedo le cose come se stessi guardando un film: un livello di coscienza "distaccata". In genere per questo stadio ci vuole del jazz. [...]
Io credo che la grammatica sia una via d'accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un'altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com'è fatta, vederla nuda, in un certo senso. [...] Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com'è fata la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. Per me le lezioni di grammatica sono sempre state sintesi a posteriori e , al limite, precisazioni terminologiche. [...] Sfortunati i poveri di spirito che non conoscono nè la trance nè la bellezza della lingua.
Addentare qualcosa con uno stile diverso è come degustare una nuova pietanza. [...] Un piacere lo si assapora soltanto sapendo che è unico ed effimero.
Il bello è l'adeguatezza. [...] Se ci riflettiamo seriamente un attimo, l'estetica non è altro che l'iniziazione alla Via dell'Adeguatezza, una sorta di via del Samurai applicata all'intuizione delle forme autentiche. In ognuno di noi è radicata la conoscenza dell'adeguato. E' lei che, in qualsiasi momento, ci permette di cogliere ogni qualità dell'esistenza e, nelle poche occasioni in cui tutto è armonia, di gioirne con l'intensità necessaria. E non parlo di quel genere di bellezza che è dominio esclusivo dell'Arte. Chi, come me, trae ispirazione dalla grandezza delle piccole cose, la insegue fino nel cuore dell'essenziale, laddove, adorna di abiti quotidiani, sgorga da un certo ordine delle cose comuni e dalla certezza che è come deve essere dalla convizione che è proprio così.
Sarà una banalità, ma l'intelligenza in sè non ha alcun valore e non è di nessun interesse. [...] Molte persone hanno una specie di bug: credono che l'intelligenza sia un fine. Hanno un'unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l'intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l'ingegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l'oscurità della sua espressione [...] L'intelligenza non è un dono sacro, è l'unica arma dei primati [...]
L'evocazione degli alberi, della loro maestosità indifferente e dell'amore che proviamo per loro, da un lato ci insegna quanto siamo insignificanti, cattivi parassiti brulicanti sulla superficie terrestre, dall'altro invece quanto siamo degni di vivere, perchè siamo capaci di riconoscere una bellezza che non ci è debitrice.
I figli aiutano a rimandare l'angoscioso dovere di affrontare sè stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine, Dio mitiga i nostri timori mammiferi e l'insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano una fine. Quindi io, senza futuro nè prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell'assurdo, certa, invece, della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità.
Io sono intellettualmente superdotata, Marguerite invece è l'asso della battuta pronta. Mi piacerebbe moltissimo essere come lei, io trovo sempre la risposta giusta cinque minuti dopo e poi mi rifaccio il dialogo da sola.
Il desiderio ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un'altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l'energia di volere sempre quello che non possiamo possedere.
Basta una ferita perchè le maschere cadano.
Come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l'anima degli esseri come un respiro infinito.
Vivere, nutrirsi, riprodursi, portare a termine il compito per il quale siamo nati e morire: non ha alcun senso, è vero, ma è così che stanno le cose. L'arroganza degli uomini che pensano di poter forzare la natura, sfuggire al loro destino di piccoli organismi biologici... e la loro cecità riguardo alla crudeltà o alla violenza del loro modo di vivere, amare, riprodursi e fare la guerra con i propri simili...
Io credo che ci sia una sola cosa da fare: scoprire il compito per il quale siamo nati e portarlo al termine il meglio possibile, con tutte le nostre forze, senza complicarsi l'esistenza e senza pensare che ci sia qualcosa di divino nella nostra natura animale. Solo così avremo l'impressione che stiamo facendo qualcosa di costruttivo, nel momento in cui la morte ci coglierà.
Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l'effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte. [...] Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.
Poche settimane non danno la chiave del mistero.
In fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso.
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I capelli sono lunghi, non ancora accorciati dal taglio col quale decidesti che non eri più giovane.
Il possibile è il limite mobile di ciò che uno è disposto ad ammettere.
Lo spazio era poco, ogni gesto faceva rumore
Aveva avuto tempi migliori, una panetteria e un marito. Conservava nel corpo il ricordo di entrambi, mani cotte dal forno e dolori di bastonate nelle ossa per le sere di un ubriaco.
Il male è irreparabile e non c'è modo di risanare un torto qualunque cosa si faccia dopo. Non c'è rimedio al di fuori di non commetterli e non commetterli è opera la più ardua e segreta in mezzo al mondo.
Il cuore si rattrappiva a trattenere il sangue in una stretta fino a che poteva. Poi la tua voce smetteva. Non ti guardavo mentre raccontavi. Mi hai passato in questo modo un cielo di dolori, di vecchi, di malati, di miserie, di bestie. Sono finito sotto le macchine, preso a sassate, bruciato, ho avuto freddo senza riparo in molte giornate di tramontana secca che strappava di dosso il caldo a morsi. Ti avrei ascoltato sempre. Mi addestravi al mondo come facevano i sogni.
Tu mi mandavi e io viaggiavo a raccogliere addosso quello che i tuoi occhi avevano visto. Il male non andava perduto se qualcuno lo teneva a mente, se qualcuno lo teneva a pelle. Non mi commuovevo, restavo fermo, chiuso nel sogno fisico dove seguivo le tue parole e le eseguivo.
Dovevo sembrarti indifferente, forse riuscivo ad esserlo ai tuoi occhi. Ma tu non badavi a me in quei racconti, ti bastava che io fossi in ascolto. Quando il sangue faceva un ultimo tuffo nel petto e scappava dal cuore chiuso, avevi finito.
Non piangevo, da bambino; non ricordo le mie lacrime. Molto più tardi le commozioni trovarono la via delle parole e la via degli occhi.
Fummo ragazzi insieme [...] Età inesorabile, dove si conficcano affetti e non si estraggono più, non finiscono più.
Piansi fino al vomito, alla tosse, al fiele
Sotto si è senza ombra, io provavo ad essere la sua: in mare si può.
Sorpreso dal sonno più brusco, con i polmoni ancora gonfi di aria di scorta, dimenticò in un attimo il respiro, il calore, l'asciutto.
Sono goffe le parole dell'assenza.
Conoscevamo il sole del tramonto sui muscoli usati, che ci fermava e ci addolciva il buio. Calava a mare, lo vedevamo spegnersi a fuoco viola sull'incerto orizzonte.Per questo fummo Tirrenici, perché il giorno ci finiva davanti, in faccia al mare immenso e noto a noi.
Il sole si spegneva dentro al mare. A volte il viola delle nuvole lo spezzava e lo disfaceva prima che toccasse l'orizzonte. Lo guardavamo da riva asciugandoci dopo il nuoto, ed era nostro, come la sabbia che restava sui piedi, come il respiro.
Si impara tardi a difendersi dalle parole.
Solo l'amore consente il ritorno, ma nemmeno esso basta a giustificarlo. [...] e quando uno prova a spiegare il silenzio, anche quello di un bambino, fa come chi mette in barattoli l'aria di città straniere visitate tanto tempo fa, imprigionando il vuoto.
E' bello scendere in una fotografia, bello stare fermi.
Una gran forza ci procura al momento giusto la miopia utile per vivere.
Avevi ragione, molte delle cose che mi sono accadute furono errori di tempo e di luogo, cose da dire: non ora, non qui.
Vengono il tempo e l'occasione, vengono quando due persone si fermano: allora s'incontrano.
Verrai verso di me, come venivi verso il lettino a spegnermi la luce.
E' strano come le cose importanti mi siano capitate una sola volta.
Le cose contenevano congedi irreparabili ed io non li capivo subito, ma dopo, molto dopo.
Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d'improvviso molta distanza da tutte le persone.
Vedrai la panchina al sole del lungomare dove sedevi e ti proteggerai gli occhi dal vento. Capiremo le vite, i bambine che corrono al gioco di crescere, le mamme che allungano i panni, comprano le scarpe e restano a guardare il tempo che corre addosso ai figli. Poi i figli si fermano e sono le mamme che corrono verso la brusca vecchiaia e non hanno neanche i capelli pettinati per tanto che vanno su e giù per le stanze. Poi parlano poco e mangiano piano a Natale. Almeno, così erano le mamme.
Sorrideremo dei nostri vizi. Quali? Quelli di darci per scontati, come se dovessimo esserci sempre come il suono delle campane, come se dovessimo morire insieme ed essere nati insieme, sempre: vizio venuto perché un piccolo spago di giorni si sgomitolava e ci faceva ritrovare.
Povera abitudine: raro che uno si accorgesse che l'altro era cambiato dalla sera prima. Raro che ci si accorgesse che il suo umore metteva una pausa diversa tra ilgiorno già pronto e il buongiorno scambiato, che un sogno aveva sforzato gli zigomi, che un'ombra mai avuta cadeva dalla lampada sulla guancia. Sorrideremo del vizio che ci faceva vedere uguali e capiremo i fitti nostri mutamenti e stupiremo che siano stati così numerosi. Capiremo, questo ci accadrà per una volta.
Oggi so che in ogni frase pronunciata c'è l'anima di una domanda, allora temevo che in ogni domanda fosse contenuta una risposta che non sapevo riconoscere.
Respiravamo dagli occhi, prima di tutto da lì entrava l'aria e poi si faceva spazio nella gola chiusa, nei polmoni spaventati che ad aprirsi tossivano.
Molto del destino di ciascuno dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge. D'improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quella interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa con tutta la vita.
Se Iddio fosse una circonferenza la chiesa ne sarebbe il centro, che è il punto più distante possibile.
Il riso non è così spontaneo e indifferente alle circostanze, ma vuole le sue comodità per uscire. […] Anche lo sdegno, come il riso, aveva bisogno delle sue comodità per prodursi. era così anche per il pudore, anche per l'amore.
Anche la scrittura, privata del suo segreto, diventa una bugia.
Compresi, compresi, non so se posso dire così. Non erano pensieri pensati, ma notizie che andavo accumulando.
Mi parve che avesse in faccia due buchi attraverso i quali si poteva vedere il cielo. Io lo vedevo. Forse attraverso i miei poteva vedere la terra.
Ci sono delle reclusioni minori in cui uno finisce per passare molto tempo prima di affrancarsene. Perché è proprio un improvviso atto di volontà che ne decide la fine e uno si chiede perché non ha smesso prima.Per parte mia rispondo che la volontà è più imperscrutabile del destino e uno la esercita in momenti così bruschi e buffi da rassegnarsi a quella manifestazione di sé come a dei capricci.
Non che fossi lento, ma ero calmo. [...] La calma mi isolava. Scansavo le fitte competizioni alle quali si è chiamati in quell'età a viva forza. La concorrenza che secondo alcuni porta a distinguersi a me dimostrava il contrario, producendo comportamenti uguali.[...] Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un'assenza impenetrabile.[...]Anche l'amore andava di fretta. Era un'età, forse lo è anche adesso, in cui bisognava diventare diversi da sé, per poter raggiungere una giustezza d'immagine. [...] Peggioper chi restava a guardare, tenendosi stretto il suo piccolo sé stesso.
Molti particolari non formano un ricordo, molti ricordi non costituiscono un passato.
Ero solo il passante di un equivoco.
Quando le piacqui era stanca di persone avventurose, piene di viaggi. Si stupiva in quel tempo del fatto che le molte esperienze non producessero persone eccellenti. Scopriva in loro delle frivolezze, delle inconsistenze.
Ho temuto il bilico sul quale poggiano i forti sentimenti, gli occhi di febbre che vestono la persona amata, poi la spogliano.
Era per me una donna resa esperta da molte leggerezze fatte e subite, ma non delusa. Non ero per lei la rigovernatura di un sogno andato a male, piuttosto i gesti lenti di un risveglio. Rappresentavo per lei la realtà che è a volte la scoperta del banale sotto una luce migliore. Se ne sentiva pronta.
Essere al mondo, per quello che ho potuto capire, è quando ti è affidata una persona e tu ne sei responsabile e allo stesso tempo tu sei affidato a quella persona ed essa è responsabile per te.
Di questo per me si tratta, di essere il resto di alcune persone, delle loro sottrazioni. Porto il vuoto che mi hanno lasciato.
Pensavo di dover fare qualcosa, per la sola volta in vita mia conobbi l'urgenza e il tarlo dell'iniziativa. Confuso dall'attrazione sentivo il tempo come un galoppo, ogni mattina fuggiva ed io inghiottivo con la saliva le parole più belle che non riuscivo a dire.
Il silenzio conservava al nostro incontro il beneficio dell'avvenimento fortuito. Era la complicità richiesta. Chi la svela non lo fa più accadere.
Non perché io creda che a un errore debba seguire un castigo, no, non questo succede, l'errore che si commette a me pare che contenga in sé una penitenza, una diminuzione, però ad ogni sbaglio corrisponde una solitudine.
Giovane come io non sono mai riuscito ad essere.
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Era Agosto, il mese in cui i bambini crescono di più.
La paura dopo un po' si stanca.
Ma i pensieri sono come gli starnuti, scappano fuori all'improvviso e io li sento.
Ai lati degli occhi si aprivano le rughe e da lì scolava la malinconia.
Una persona ci mette una vita a riempire gli scaffali [...] la soddisfazione di vedere crescere la propria cultura a centimetri come una pianta.
La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l'assoluzione [...] Nessuno chiede conto di notte. [...] E' una tasca rivoltata, la notte nella città [...] Di notte la città è un paese civile.
Gli uomini hanno bisogno di momenti speciali per mostrare valore. Le donne sono più valorose nella normalità.
Anna parlava senza una briciola d'accento, una lingua di libri. Il suo fiato erano righe accarezzate. Si fermò come per andare a capo. Toccava a me.
"Ti ho aspettata fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un'attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare."
Appoggiai la tempia alla sua.
"Anna, è passata un'eternità."
"E' finita. Ora incomincia il tempo che dura momenti."
Non successe altro ai nostri corpi. Ci bastò il colmo delle labbra, il fiato inghiottito nel naso, mischiato ai pensieri. Era il debito pagato all'infanzia. [...] Ci venne una stanchezza di traguardo.
I baci non si contano, questo non era il bacio uno, forse il millesimo di quelli aspettati. Nessun bacio è il primo, sono tutti secondi.
Sono fatta di foglie come un albero e riconosco un vento anche se non è mai venuto.
"La devi incontrare, la devi conoscere per potertela togliere dai pensieri. Non è per te. Ma non sei libero se non l'hai conosciuta."
Un vestito a fiori la stringeva, era carta argentata intorno a un mazzolino. [...] Soffiai nel naso per anticipare l'odore da lontano.
Nessun coraggio sarà bello come questa paura.
Tra le tue mani conosco il mio uso, servo a questo.
"Sì", "Sì", dalle sue labbra uscivano le sillabe perfette. La chiamavo per farla respirare, la chiamavo per sentire "Sì". Il suo sì mi chiamava.
Così ho saputo della felicità, che va dimenticata il giorno dopo.
Se Anna tornava mi trovava pronto, se no era scaduta la felicità. Non si caricava in corpo il nervo dell'attesa. Si vede che s'infervora quando non si sa che cosa c'è d'aspettare. [...]
Uno capisce le cose quando gli arrivano addosso.
I pensieri erano panni stesi.
Dicevo cose giuste a vanvera.
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Impossibile non pensarti, leggendo questo...
"per quanto uno cerchi di rendersi piacevole è prevedibile una certa riluttanza a trovare intorno grandi sorrisi e pacche sulle spalle, bisognerà tra l'altro spiegare anche questa roba che tu non giochi nella squadra di pallone, non vai al coro, non vai al ballo di fine anno, non vai in chiesa, sei agghiacciato da qualsiasi cosa che sia o sembri un'associazione o un club o qualsiasi cosa che preveda delle riunioni, e inoltre non ti interessa fumare, non fai collezioni di nessun tipo, non ti frega niente di baciare una ragazza, non ti piacciono le automobili, finiranno per chiederti cosa cazzo fai nel tuo tempo libero, al che non sarà facile spiegargli che vai in giro con un gigante e un muto ad attaccare chewingum sui Bancomat, voglio dire non sarà facile che se la bevano, puoi sempre provare a dirgli che vai a vedere le partite di pallone perché il muto ha perso un'azione vista anni fa e deve ritrovarla, questa è vagamente più ragionevole, potrebbero anche fartela passare, io sarei comunque per tenersi sulle generali, un'ottima risposta potrebbe essere Io non ho tempo libero, fa un po' genio odioso, ma tanto è quello che sempre vorranno pensare di te, che sei un genio odioso, potresti essere Oliver Hardy e penserebbero comunque di te che sei odioso, loro hanno bisogno di pensarlo, li tranquillizza, e presuntuoso, soprattutto questo, tu per loro sarai sempre presuntuoso, anche se andassi in giro a dire Scusatemi, tutto il tempo, scusatemi scusatemi scusatemi, per loro sarai sempre presuntuoso, è il loro modo di far tornare le cose, i mediocri non sanno di essere mediocri, questo è il fatto, proprio in quanto mediocri gli manca la fantasia per immaginare che qualcuno possa essere meglio di loro, e dunque chi di fatto lo è deve averci qualcosa che non va, deve aver barato da qualche parte, o in definitiva deve essere un matto che si immagina di essere migliore di loro, e cioè un presuntuoso, come certamente ti faranno capire molto presto e con sistemi neanche troppo piacevoli, perfino con crudeltà, alle volte, questo è tipico dei mediocri, essere crudeli, la crudeltà è la virtù per eccellenza dei mediocri, hanno bisogno di esercitare la crudeltà, esercizio per cui non è necessaria la minima intelligenza, cosa che li facilita, ovviamente, che gli rende agevole l'operazione, li fa eccellere, per così dire, in quella operazione che è l'essere crudeli, ogni volta che possono, e quindi spesso, più spesso di quanto tu ti possa aspettare, tanto che ti sorprenderanno, questo è inevitabile, la loro crudeltà ti prenderà alle spalle, facilmente accadrà proprio così, che ti prenderà alle spalle e allora non sarà affatto facile, è meglio che tu lo sappia fin da adesso, se ancora non l'hai capito, ti prenderanno alle spalle, io non sono mai propriamente sopravvissuta a niente che mi abbia preso alle spalle, e so che non c'è modo, in definitiva, di difenderti da ciò che ti colpisce alle spalle, è una cosa contro cui non c'è niente da fare, solo continuare per la propria strada, cercando di non cadere, di non fermarsi, tanto nessuno è così idiota da pensare che si possa arrivare, veramente, da qualche parte in un modo diverso che vacillando, e collezionando ferite da tutte le parti, e in particolare alle spalle, sarà così anche per te, e soprattutto per te, volendo, visto che non vuoi toglierti dalla testa questa curiosa idea, questa idea del cazzo, di camminare davanti agli altri, per una strada, oltretutto, che io non voglio dire ma, la scuola e tutto quanto, il Nobel, quella faccenda lì, non puoi pretendere che io veramente la capisca, fosse per me ti legherei alla tazza del cesso fino a quando non ti passa, ma d'altra parte non sono la persona più adatta a capire, non ce l'ho mai avuta questa cosa di camminare davanti agli altri, non so, e poi con la scuola è stato un fallimento, proprio sempre, senza scampo, quindi è naturale che io non ci capisca niente, anche se mi sforzo, mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, se proprio voglio trovare qualcosa che mi faccia digerire tutta questa faccenda, finisco per pensare ai fiumi, e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metta tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare diritto allo scopo, devi ammettere che c'è qualcosa di assurdo, ed è esattamente quello che pensarono anche loro, c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, non importa dove sia o quanto sia lungo, qualsiasi fiume, proprio qualsiasi fiume, prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, e non questo fiume o quello, ma tutti i fiumi, come se fosse una cosa obbligatoria, una specie di regola uguale per tutti, che è una cosa da non credere, veramente, pazzesca, ma è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché, ho pensato, c'è una regola per loro vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso, e che tutto questo sbandare da una parte e dall'altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire, cosa volevo dire?, quella storia dei fiumi, sì, è una storia che se ci pensi è rassicurante, io la trovo molto rassicurante, che ci sia una regola oggettiva dietro a tutte le nostre stupidate, è una cosa rassicurante, tanto che ho deciso di crederci, e allora, ecco, quel che volevo dire è che mi fa male vederti navigare curve da schifo come quella di Couverney, ma dovessi anche andare ogni volta a guardare un fiume, ogni volta, per ricordarmelo, io sempre penserò che è giusto così, e che fai bene ad andare, per quanto solo a dirlo mi venga da spaccarti la testa, ma voglio che tu vada, e sono felice che tu vada, sei un fiume forte, non ti perderai, [... ]comunque volevo solo dire due cose, la prima è che se si azzardano a farti del male io vengo lì e li stendo a un filo dell'alta tensione, ce li appendo per le palle, esattamente per le palle, e la seconda è che mi mancherai, cioè, mi mancherà la tua forza, non importa se non lo capisci, adesso, magari poi lo capirai, mi mancherà la tua forza, Gould, piccolo ragazzino strano, la tua forza, porca puttana di quella eva.
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OSCAR WILDE ALLA SBARRA
In un primo momento del processo, il pubblico ministero Carson concentra l'interrogatorio sulla personalità artistica dello scrittore. Carson cerca di "incastrare" Wilde costringendolo ad ammettere pubblicamente di sostenere e incoraggiare opere "immorali". Allo scopo, Carson tira in ballo lo scabroso racconto "Il prete e il chierichetto", di J.F. Bloxham. Il racconto, infatti, è pubblicato sul "Chameleon", una rivista di studenti che pubblica nello stesso numero il saggio di Wilde "Frasi e filosofie ad uso dei giovani".
Quello che segue è un estratto degli atti del processo. Breve, ma significativo. E, soprattutto, di estrema attualità a un secolo di distanza.
Cento anni dopo, la voce di Oscar Wilde risuona ancora forte e chiara nella condanna del filisteismo e nella difesa appassionata della libertà dell'arte. Vale la pena di riascoltarla.
CARSON: Lei ha letto "Il prete e il chierichetto"?
WILDE: Sì.
CARSON: Non dubita che quello fosse un racconto sconveniente?
WILDE: Dal punto di vista letterario era altamente sconveniente. Per uno che si occupi di letteratura è impossibile giudicarlo diversamente. Per "letteratura" intendo il trattamento, la scelta del tema e così via. Giudicai pessima la forma e pessimo il soggetto.
CARSON: Se non sbaglio lei è dell'idea che non esistano libri immorali.
WILDE: Infatti.
CARSON: Posso concludere che per lei "Il prete e il chierichetto" non era uno scritto immorale?
WILDE: Era peggio che immorale. Era scritto male.
CARSON: Non era la storia di un prete che si innamora di un ragazzo che lo aiuta all'altare, che viene poi scoperto da un curato nella stanza del prete con conseguente scandalo?
WILDE: L'ho letto una volta sola, lo scorso novembre, e per niente al mondo lo rileggerei. Non mi piace. Non mi interessa.
CARSON: Lei ritiene il racconto blasfemo?
WILDE: Ritengo che abbia violato ogni canone di bellezza artistica.
(...)
CARSON: Risponda alla domanda, signore. Considerò il racconto blasfemo o no?
WILDE: Lo reputai disgustoso.
CARSON: Capisco. Lo sa che nel racconto quando il prete dà il veleno al ragazzo pronuncia le parole della consacrazione del rito anglicano?
WILDE: L'avevo completamente dimenticato.
CARSON: E questo non lo considera blasfemo?
WILDE: A me sembra orribile. "Blasfemo" non appartiene al mio vocabolario.
(...)
CARSON: Ho ragione se dico che lei non si preoccupa degli effetti morali o immorali che un'opera può produrre?
WILDE: Giusto, è così.
(...)
Quando scrivo una commedia o un libro, mi occupo esclusivamente di letteratura. Cioè di arte. Non mi propongo di fare del bene o del male, ma di cercare di creare una cosa che abbia un certo grado di bellezza.
CARSON: "Se si dice la verità si è sicuri, prima o poi, di essere scoperti". (...) E' (una massima, NdT) buona per i giovani?
WILDE: Qualsiasi cosa stimoli a pensare è buona, a qualunque età.
CARSON: Che sia morale o immorale?
WILDE: Moralità e immoralità non esistono per il pensiero. Riguardano l'emozione.
(...)
CARSON: Cito dalla sua introduzione a "Dorian Gray": "Non esistono libri morali o immorali come crede la maggior parte della gente. I libri sono scritti bene o scritti male." Questo esprime la sua opinione sull'arte?
WILDE: La mia opinione sull'arte? Sì.
CARSON: Ne deduco che quando un libro è scritto bene, per quanto immorale possa essere, secondo lei è un bel libro?
WILDE: Sì, se è scritto così bene da suscitare un sentimento di bellezza, che è il sentimento più alto che un essere umano possa provare. Se fosse scritto male, provocherebbe una sensazione di disgusto.
CARSON: Allora un libro scritto bene, ma che sostenga principi morali corrotti, potrebbe essere un buon libro?
WILDE: Nessun'opera d'arte sostiene mai dei princìpi. I principi appartengono a chi non è artista.
CARSON: Un romanzo corrotto potrebbe essere un buon libro?
WILDE: Non so cosa intenda lei per "romanzo corrotto".
CARSON: Posso dire allora che "Dorian Gray" si presta a essere considerato tale?
WILDE: Solo da parte di bruti e illetterati. Le opinioni dei filistei in arte sono di una imbecillità incalcolabile.
CARSON: Un illetterato che leggesse Dorian Gray potrebbe considerarlo tale (corrotto, ndt)?
WILDE: Le opinioni degli illetterati sull'arte sono bizzarre. Io mi occupo soltanto delle mie opinioni sull'arte. Di quello che pensano gli altri non mi importa un accidente.
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Testo di Luigi Bruno Cristiano
Interpretazione di Attilio Facchini
Questo video fa parte del progetto "Echoes" - Quando la voce riverbera e le parole diventano ECHOES. a Cura di Uva Spina in collaborazione con A.S.I.MOV.
GAETANO di Luigi Bruno Cristiano (Remote)
Gaetano, mi chiamo così, ho gli occhi neri e faccio il barista.
Ho i piedi grandi e piatti, che mia moglie dice neanche una bufera potrebbe spostarmi.
Ho le mani grosse, mani da barista, sempre a mollo nell'acqua, sempre a pulire bicchieri, a tirare fuori dalla macchina le tazze che fumano di vapore e puzzano di cloro.
Labbra piccole e orecchie grandi, orecchie da barista; di quelle che ascoltano di tutto e non gli rimane niente dentro.
Che andrebbero bene anche per un dottore dei matti, tanto quelli ascoltano, ascoltano e basta; e anche la bocca ce la hanno piccola come me, perché serve solo a dire va bene, e sì, e i prezzi delle bibite, dei gelati, del caffè, e ci vediamo domani alla stessa ora, e poi basta.
....
Ho lo stesso colore del bancone, me lo ha detto mia moglie, quella di prima che mi prende in giro per i piedi grandi ma poi conta i soldi della cassa ed è contenta lo stesso.
....
Non lo so se mi vuole bene per me o per il bar.
Io lavoro al banco e lei alla cassa e ride.
Ride con tutti, poi quelli lì vengono da me e bevono e parlano e non so di cosa parlano, non mi interessa. Non mi interessa niente.
Che tirino fuori i soldi, che vadano alla cassa che lì c'è chi ride, che qui ho da lavorare, mica tempo di giocare, io.
Eh...
E sì, che poi quest'anno è andata male anche col bar, e non riusciamo neanche a andare al mare con i figli, che li ho dovuti iscrivere alla colonia estiva, e Maria piangeva perché non ci voleva stare senza la mamma.
Eh, senza la mamma, già...
Pochi capelli, vede, pochi.
Dicono che sono le preoccupazioni, ma non è mica vero...
Mai avuto tanti capelli, io, mai.
Capelli da barista, unti, disordinati, come i pensieri che ho in testa, che non riesco neanche a pensarci come pagare i debiti, e neanche bere mi aiuta più, figuriamoci mia moglie, che ride, e sta lì alla cassa e non mi vede neanche più, e sono diventato un mobile per lei.
Sì, sì, lo vedi te il mobile...
Lascia che metta a posto due o tre cose e te la do io la mobilia.
Mi vendo tutto, così dopo mi dici dove cazzo vai a ridere, dove cazzo trovi un altro mobile che si fa in quattro dalle cinque di mattina, per sentirsi dire che ha i piedi grandi.
Te la spacco in testa la mobilia, altro che ridere alla cassa e dire che ho lo stesso colore del bancone.
Eh sì eh! Mah...
Ma quale era la domanda, cosa è lei un commissario un questore, cosa?
Quale era la domanda?
Ah, sì.
Gaetano, mi chiamo così, ho gli occhi neri e faccio il barista
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Quante vite viviamo? Quante volte si muore? Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c'è in 21 grammi. Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto...si...guadagna? 21 grammi, il peso di cinque nichelini uno sull'altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?
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A nulla
dentro questo glomero in discinti cerchi
dove olio necessario rumoreggia stolto
carta in zeri disegnati e ferro scolorato
Servono
se non hanno gli occhi biechi a norma
e le dita che s'avvinghiano aggressive
assalendo spalle infrante e refrattarie
I poeti
non collusi dentro il lesto ticchettio
dei sapienti roditori d’acque colme
rigogliose e luccicanti di riflessi
spenti come l’ombra dentro il buio
A nulla
se non scartano conati infiocchettati
e insaponano parole in iridate bolle
che il vento ruba inseminando fogne
sotto fondamenta di stagliati alloggi
Servono i poeti
perché posseggono l’affanno dentro
incastonato a fondo nella livida pupilla
e bevono ebbri di spiantati inchiostri
Loro
che non sanno mai toccare terra
per cibarsi di quel fango coagulato
fra le vene di un ricatto d’esistenza
Guido Oliva ©
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trovami questa glicerina dai, io lo so che lo sai,
se non me la trovi, quell’amore proprio muore,
se muore lei per me tutta questa messa in scena del mondo che gira che…
possiam pure smontare...e portar via così, possiamo schiodare tutto,
arrotolare tutto il cielo, e caricarlo su un camion col rimorchio,
possiamo spengere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto... ma tanto...
e lo sai perché mi piace tanto?
Perché mi piace lei illuminata dalla luce del sole, tanto...
Si può portar via tutti questo tappeto, queste colonne, questo palazzo...
la sabbia, il vento, le rane, i cocomeri maturi, la grandine,
le 7 del pomeriggio, maggio, giugno, luglio, il basilico, le api, il mare, le zucchine... le zucchine...
trovami questa glicerina....trovamela...."
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Era una di quelle giornate in qui tra un minuto nevica.
E c'è elettricità nell'aria. Puoi quasi sentirla... mi segui?
E questa busta era lì: danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare.
Per quindici minuti.
È stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita, dietro a ogni cosa.
E un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura.
Mai.
Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare.
Ho bisogno di ricordare.
A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla...
Il mio cuore sta per franare.
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[il pezzo che segue non è la riscrittura della scena del film, ma il pezzo del monologo]
(In audio rumore di burrasca)
Il mare si è svegliato / il mare ha deragliato /scoppia l'acqua contro il cielo / scoppia / sciacqua /stacca al vento nubi e stelle / furibondo / si scatena fino a quando / non si sa / dura un giorno / finirà /mamma questo / non l'avevi detto mamma / ninna nanna / ti culla il mare / ti culla un corno / furibondo / tutt'intorno /schiuma e strazio / pazzo il mare/ fino a dove puoi vedere / solo nero / e muri neri /e mulinelli / e muti tutti / ad aspettare / che la smetta / e naufragare / questo mamma non lo voglio fare/ voglio l'acqua che riposa / che ti specchia / ferma/ questi / muri / assurdi / d'acqua / giù a franare/ e 'sto rumore /
rivoglio l'acqua che sapevi tu
rivoglio il mare
silenzio
luce
e pesci volanti
sopra
a volare.
Primo viaggio, prima burrasca. Sfiga. Neanche avevo ben capito com'era il giro, che mi becca una delle burrasche più micidiali nella storia del Virginian. In piena notte, gli son girati i coglioni e via, ha dato il giro al tavolo. L'Oceano. Sembrava che non finisse più. Uno che su una nave suona la tromba, non è che quando arriva la burrasca possa fare un granché. Può giusto evitare di suonare la tromba, tanto per non complicare le cose. E starsene buono, nella sua cuccetta. Però io non ci resistevo là dentro. Hai un bel distrarti, ma puoi giurarci prima o poi ti arriva dritta nel cervello quella frase: ha fatto la fine del topo. Io non la volevo fare la fine del topo, e quindi me ne andai fuori da quella cabina e mi misi a vagare. Mica sapevo dove andare, c'ero da quattro giorni, su quella nave, era già qualcosa se trovavo la strada per i gabinetti. Sono piccole città galleggianti, quelle. Davvero. Insomma, è chiaro, sbattendo da tutte le parti e prendendo corridoi a casaccio, come veniva, alla fine mi persi. Era fatta. Definitivamente fottuto. Fu a quel punto che arrivò uno, tutto vestito elegante, in scuro, camminava tranquillo, mica con l'aria di essersi perso, sembrava non sentire nemmeno le onde, come se passeggiasse sul lungomare di Nizza: ed era Novecento.
Aveva ventisette anni, allora, ma sembravano di più. Io lo conoscevo appena: c'avevo suonato insieme in quei quattro giorni, con la band, ma nient'altro. Non sapevo neanche dove stesse di cabina. Certo gli altri qualcosa mi avevano raccontato di lui. Dicevano una cosa strana: dicevano: Novecento non è mai sceso da qui. È nato su questa nave, e da allora c'è rimasto. Sempre. Ventisette anni, senza mai mettere piede a terra. Detta così, c'aveva tutta l'aria di essere una palla colossale... Dicevano anche che suonava una musica che non esisteva. Quel che sapevo io era che tutte le volte, prima di iniziare a suonare, lì, in sala da ballo, Fritz Hermann, un bianco che non capiva niente di musica ma aveva una bella faccia per cui dirigeva la band, gli si avvicinava e gli diceva sottovoce:
"Per favore, Novecento, solo le note normali, Okay?".
Novecento faceva sì con la testa e poi suonava le note normali, guardando fisso davanti a sé, mai un'occhiata alle mani, sembrava stesse tutto da un'altra parte. Adesso so che ci stava, in effetti, tutto da un'altra parte. Ma allora non lo sapevo: pensavo che era un po' strano, tutto lì.
Quella notte, nel bel mezzo della burrasca, con quell'aria da signore in vacanza, mi trovò là, perso in un corridoio qualunque, con la faccia di un morto, mi guardò, sorrise, e mi disse: "Vieni".
Ora, se uno che su una nave suona la tromba incontra nel bel mezzo di una burrasca uno che gli dice "Vieni", quello che suona la tromba può fare una sola cosa: andare. Gli andai dietro. Camminava, lui. Io... era un po' diverso, non avevo quella compostezza, ma comunque... arrivammo nella sala da ballo, e poi rimbalzando di qua e di là, io ovviamente, perché lui sembrava avesse i binari sotto i piedi, arrivammo vicino al pianoforte. Non c'era nessuno in giro. Quasi buio, solo qualche lucina, qua e là. Novecento mi indicò le zampe del pianoforte.
"Togli i fermi," disse. La nave ballava che era un piacere, facevi fatica a stare in piedi, era una cosa senza senso sbloccare quelle rotelle.
"Se ti fidi di me, toglili."
Questo è matto, pensai. E li tolsi.
"E adesso vieni a sederti qua," mi disse allora Novecento.
Non lo capivo dove voleva arrivare, proprio non lo capivo. Stavo lì a tenere fermo quel pianoforte che incominciava a scivolare come un enorme sapone nero... Era una situazione di merda, giuro, dentro alla burrasca fino al collo e in più quel matto, seduto sul suo seggiolino - un altro bel sapone e le mani sulla tastiera, ferme.
"Se non sali adesso, non sali più," disse il matto sorridendo. (Sale su un marchingegno, una cosa a metà tra un'altalena e un trapezio) "Okay. Mandiamo tutto in merda, okay? tanto cosa c'è da perdere ci salgo, d'accordo, ecco, sul tuo stupido seggiolino, ci son salito, e adesso?"
"E adesso, non aver paura."
E si mise a suonare.
(Parte una musica per piano solo. È' una specie di danza, valzer, mite e dolce. Il marchingegno incomincia a dondolare e a portare l'attore in giro per la scena. Man mano che l'attore va avanti a raccontare, il movimento si fa più ampio, fino a sfiorare le quinte)
Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava diritto verso la vetrata, e quando era arrivato a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il mare lo cullasse, e cullasse noi, e io non ci capivo un accidente, e Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era chiaro, non suonava semplicemente, lui lo guidava, quel pianoforte, capito?, coi tasti, con le note, non so, lui lo guidava dove voleva, era assurdo ma era così. E mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l'Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte. Oh yes.
(Inizia a volteggiare alla grande per il palcoscenico, sul suo marchingegno, con un'aria felice, mentre l'Oceano impazza, la nave balla, e la musica del piano detta una specie di valzer che con diversi effetti sonori accelera, frena, gira, insomma "guida" il grande ballo. Poi, dopo l'ennesima acrobazia, sbaglia una manovra e finisce di slancio dietro le quinte. La musica cerca di "frenare" ma è troppo tardi. L'attore ha giusto il tempo di gridare
"Oh cristo..."
ed esce da una quinta laterale, schiantandosi contro qualcosa. Si sente un gran fracasso, come se fosse finito a distruggere una vetrata, il tavolo di un bar, un salotto, qualcosa. Un gran casino. Attimo di pausa e di silenzio. Poi dalla stessa quinta da cui è uscito, l'attore rientra, lentamente)
Novecento disse che doveva ancora perfezionarlo, quel trucco. Io dissi che in fondo si trattava proprio solo di registrare i freni. Il comandante, finita la burrasca, disse (concitatamente e gridando)
"PORCO DI UN DEMONIO VOI DUE ADESSO FINITE IN SALA MACCHINE E CI RESTATE PERCHÉ SE NO VI UCCIDO CON QUESTE MANI, E SIA CHIARO CHE PAGHERETE TUTTO, FINO ALL'ULTIMO CENTESIMO DOVESTE LAVORARE TUTTA LA VITA, COM'È VERO CHE QUESTA NAVE SI CHIAMA VIRGINIAN E VOI SIETE I DUE PIÙ GRANDI IMBECILLI CHE MAI ABBIANO SOLCATO L'OCEANO".
Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella cosa lì, essere felici. O una cosa del genere.
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Su su... svelti eh, svelti, veloci... Piano, con calma. Non v'affrettate, eh.
Poi non scrivete subito poesie d'amore, eh! Che sono le più difficili aspettate almeno almeno un'ottantina d'anni eh...
Scrivetele su un altro argomento, che ne so su... su... il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco, che non esiste una cosa più poetica di un'altra, eh? Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro! Cos'è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innammoratevi! Se non vi innammorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innammorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità! E come si fa? Fammi vedere gli appunti che mi son scordato! Questo è quello che dovete fare! Non son riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto!
Avete capito?
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il pezzo non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh... buttatevi in terra! Mettetevi così! Eccolo qua... Oh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima!? Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono!
Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola... "muro"! "Muro" non ti dà retta... non usatela più per 8 anni, così impara!
Che è questo? Boh! Non lo so! Questa è la bellezza! Come quei versi là, che voglio che rimangano scritti lì per sempre!...
Forza cancellate tutto.
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Keating: Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il
primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: Comprendere la Poesia?
Perry: Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito. Per
comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica,
la rima e le figure retoriche e, poi porci due domande: uno con quanta efficacia
sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta
l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza
di una poesia, diventa una questione relativamente semplice.
Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la
sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della
poesia per misurarne la grandezza.
Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in
orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in
orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne
rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di
valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà
il vostro godimento e la comprensione della poesia.
Keating: Escrementi! Ecco cosa penso delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo
parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia
facendo la hit parade. Gagliardo Byron, è solo al quinto posto, ma è poco
ballabile.
Keating: Adesso voglio che strappiate quella pagina!: Coraggio, strappate
l’intera pagina. Mi avete sentito, strappatele? Ho detto di strappatele! Coraggio,
strappatela. Molto bene, Dalton, anzi, sapete una cosa, è meglio che strappiate
tutta l’introduzione, voglio che sparisca per sempre, che non ne rimanga traccia
alcuna. Avanti, strappate. Vai con Dio J. Evans Prichard, professore emerito.
Strappate, strappate, rompete, frantumate, non voglio sentire altro che gli strappi
del professor Prichard, forza che poi attacchiamo tutto in bagno. Non è la
Bibbia, non andrete certo all’inferno.
Richard: Questo è matto!
Keating: Coraggio, fate un lavoro accurato, che non ne rimanga niente!
Richard: Ma non si strappa un libro!
Neil: Strappa, strappa e strappa, dai!
Keating: Strappate, signori, strappate.
Altri: E dai…
Io strappo tutto il libro, eh, professore?
Ah, Ah…
Mc Allister: Ma che diavolo sta succedendo qui!
Keating: Non sento più strappi.
Mc Al. Signor Keating!
Keating: Signor Mc Allister!
Mc Al. Mi scusi, io non sapevo che fosse qui.
Keating: E invece.
Mc Al. Ah, allora, c’è, mi scusi.
Keating: Continuate a strappare, ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime
sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille, Dalton. Armate di
accademici, che avanzano misurando la poesia, no, non lo permetteremo, basta
con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la
vostra testa, imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si
dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli
occhi di Pitts dice che la letteratura dell’Ottocento non c’entra con le facoltà di
economia e di medicina, può darsi. E lei, Hopkins, è d’accordo con lui e pensa:
È sì, dovremmo semplicemente studiare il professor Prichard, imparare rima e
metrica e preoccuparci di coltivare altre ambizioni.
Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi, avvicinatevi! Non leggiamo e
scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo
membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina,
legge, economia, ingegneria, sono nobili professioni, necessarie al nostro
sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste
le cose che ci tengono in vita.
O me o vita!
Domande come queste mi perseguitano.
Infiniti cortei di infedeli,
città gremite di stolti,
che v’è di nuovo in tutto questo?
O me o vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
che il potente spettacolo continua
e che tu puoi contribuire con un verso.
“Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.
Quale sarà il tuo verso?”
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Keating: Dunque: chi di voi è Pitts? Molto bene, vuole aprire il suo libro a pagina 503?
Legga la prima strofa della poesia che ci trova.
Pitts: “Oh vergine cogli l’attimo che fugge"?
Keating: Sì, proprio quella. E' appropriata, no?
Pitts. Cogli la rosa quando è il momento,
che il tempo, lo sai, vola
e lo stesso fiore che sboccia oggi,
domani appassirà.
Keating: Grazie mille, Pitts.
Cogli la rosa quando è il momento, in latino, invece, si dice Carpe diem”. Chi
lo sa che cosa significa?”
Maeks: Carpe diem, cioè cogli l’attimo.
Keating: Molto bene, signor?
Maeks: Maeks.
Keating: Maeks, mi ricorderò il suo nome.
Cogli l’attimo, cogli la rosa quando è il momento.
Perché il poeta usa questi versi?
Charlie: Perché va di fretta!
Keating: No, diing! Grazie per aver partecipato al nostro gioco.
Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi! Perchè, strano a dirsi ragazzi, ognuno di
noi, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.
Adesso, avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato.
Lì avete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati, non sono molto
diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni, come voi, invincibili,
come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi
cose, come molti di voi, i loro occhi, pieni di speranza, proprio come i vostri.
Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del
loro potenziale?
Perché vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate
con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi,
sentite?
Carpe diem, carpe diem… cogliete l’attimo, ragazzi.
Rendete straordinaria la vostra vita.
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Se noi ombre vi abbiamo offeso, per poterci dare il perdono: fate conto di aver dormito, mentre queste visioni apparivano e che a mostrarvi paesaggi immaginari sia stato un sogno.
Signori, non ci rimproverate.
Se ci perdonate... rimedieremo!
Ascoltate l'onesto Puck: se avremo la grande sorte di sfuggire ai vostri insulti, potremo rimediare, signori. Che Puck non è un mentitore.
Quindi: buonanotte a tutti voi!
Datemi la mano e siamo amici! e pook i danni vi rifonderà. (da: sogno di una notte di mezza estate-Shakespeare)
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"Perchè sono salito quassù? Chi indovina?"
"Per sentirsi alto?"
"No! Grazie per aver partecipato.
"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.
E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi!" Coraggio!
E' proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo: ci dovete provare. Ecco: quando leggete, non considerate soltanto l'autore. Considerate quello che voi pensate. Figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più alto è il rischio di non trovarla affatto!
Thoreau dice: "Molti uomini hanno vita di quieta disperazione", non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
Osate cambiare, cercate nuove strade.!"
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-"Da dove la prend?
-"Che cosa'"
-"La musica"
"Non lo so... La vedi quella signora seduta laggiù deve essere tedesca. Guardala: non sembra una che ha ucciso il marito con la complicità del giovane amante e sta fuggendo con tutta l'eredità. Questa musica non le somiglia?"
"Sì E' verissimo!"
"E lo vedi quello li? Sembra uno che ha troppi ricordi: la testa gli scoppia e non riesce a dimenticare niente. Questa è la sua musica.
E quella? Non potrebbe essere una prostiiuta chh stameditando di farsi monaca?"
"Incredibile..."
"E quello li: guarda come cammina! Sembra che il vestito non sia il suo, dal modo in cui lo indossa. Deve essere un clandestino che si è intrufolato tra i ricchi della prima classe, in cerca di avventure galanti. Guardalo bene: ha l'America negli occhi. Sarà lui ad avvistarla per primo. Lo sento già gridare"
Sapeva leggere Novecento. Non i libri, quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso. Posti, rumori, odori, la loro terra., la loro storia: tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita,catalogava, sistemava, ordinava in quell'immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l'aveva visto mai, ma erano quasi trentanni che il mondo passava su questa nave; ed erano quasi trantanni che lui su questa nave lo spiava e gli rubava l'anima.
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