A che servono A nulla
dentro questo glomero in discinti cerchi
dove olio necessario rumoreggia stolto
carta in zeri disegnati e ferro scolorato
Servono
se non hanno gli occhi biechi a norma
e le dita che s'avvinghiano aggressive
assalendo spalle infrante e refrattarie
I poeti
non collusi dentro il lesto ticchettio
dei sapienti roditori d’acque colme
rigogliose e luccicanti di riflessi
spenti come l’ombra dentro il buio
A nulla
se non scartano conati infiocchettati
e insaponano parole in iridate bolle
che il vento ruba inseminando fogne
sotto fondamenta di stagliati alloggi
Servono i poeti
perché posseggono l’affanno dentro
incastonato a fondo nella livida pupilla
e bevono ebbri di spiantati inchiostri
Loro
che non sanno mai toccare terra
per cibarsi di quel fango coagulato
fra le vene di un ricatto d’esistenza
Guido Oliva ©
Da: la Tigre e la Neve - "se muore lei..."
trovami questa glicerina dai, io lo so che lo sai,
se non me la trovi, quell’amore proprio muore,
se muore lei per me tutta questa messa in scena del mondo che gira che…
possiam pure smontare...e portar via così, possiamo schiodare tutto,
arrotolare tutto il cielo, e caricarlo su un camion col rimorchio,
possiamo spengere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto... ma tanto...
e lo sai perché mi piace tanto?
Perché mi piace lei illuminata dalla luce del sole, tanto...
Si può portar via tutti questo tappeto, queste colonne, questo palazzo...
la sabbia, il vento, le rane, i cocomeri maturi, la grandine,
le 7 del pomeriggio, maggio, giugno, luglio, il basilico, le api, il mare, le zucchine... le zucchine...
trovami questa glicerina....trovamela...."
da: American beauty- ho bisogno di ricordare Era una di quelle giornate in qui tra un minuto nevica.
E c'è elettricità nell'aria. Puoi quasi sentirla... mi segui?
E questa busta era lì: danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare.
Per quindici minuti.
È stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita, dietro a ogni cosa.
E un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura.
Mai.
Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare.
Ho bisogno di ricordare.
A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla...
Il mio cuore sta per franare.
da: Novecento - [il pezzo che segue non è la riscrittura della scena del film, ma il pezzo del monologo]
(In audio rumore di burrasca)
Il mare si è svegliato / il mare ha deragliato /scoppia l'acqua contro il cielo / scoppia / sciacqua /stacca al vento nubi e stelle / furibondo / si scatena fino a quando / non si sa / dura un giorno / finirà /mamma questo / non l'avevi detto mamma / ninna nanna / ti culla il mare / ti culla un corno / furibondo / tutt'intorno /schiuma e strazio / pazzo il mare/ fino a dove puoi vedere / solo nero / e muri neri /e mulinelli / e muti tutti / ad aspettare / che la smetta / e naufragare / questo mamma non lo voglio fare/ voglio l'acqua che riposa / che ti specchia / ferma/ questi / muri / assurdi / d'acqua / giù a franare/ e 'sto rumore /
rivoglio l'acqua che sapevi tu
rivoglio il mare
silenzio
luce
e pesci volanti
sopra
a volare.
Primo viaggio, prima burrasca. Sfiga. Neanche avevo ben capito com'era il giro, che mi becca una delle burrasche più micidiali nella storia del Virginian. In piena notte, gli son girati i coglioni e via, ha dato il giro al tavolo. L'Oceano. Sembrava che non finisse più. Uno che su una nave suona la tromba, non è che quando arriva la burrasca possa fare un granché. Può giusto evitare di suonare la tromba, tanto per non complicare le cose. E starsene buono, nella sua cuccetta. Però io non ci resistevo là dentro. Hai un bel distrarti, ma puoi giurarci prima o poi ti arriva dritta nel cervello quella frase: ha fatto la fine del topo. Io non la volevo fare la fine del topo, e quindi me ne andai fuori da quella cabina e mi misi a vagare. Mica sapevo dove andare, c'ero da quattro giorni, su quella nave, era già qualcosa se trovavo la strada per i gabinetti. Sono piccole città galleggianti, quelle. Davvero. Insomma, è chiaro, sbattendo da tutte le parti e prendendo corridoi a casaccio, come veniva, alla fine mi persi. Era fatta. Definitivamente fottuto. Fu a quel punto che arrivò uno, tutto vestito elegante, in scuro, camminava tranquillo, mica con l'aria di essersi perso, sembrava non sentire nemmeno le onde, come se passeggiasse sul lungomare di Nizza: ed era Novecento.
Aveva ventisette anni, allora, ma sembravano di più. Io lo conoscevo appena: c'avevo suonato insieme in quei quattro giorni, con la band, ma nient'altro. Non sapevo neanche dove stesse di cabina. Certo gli altri qualcosa mi avevano raccontato di lui. Dicevano una cosa strana: dicevano: Novecento non è mai sceso da qui. È nato su questa nave, e da allora c'è rimasto. Sempre. Ventisette anni, senza mai mettere piede a terra. Detta così, c'aveva tutta l'aria di essere una palla colossale... Dicevano anche che suonava una musica che non esisteva. Quel che sapevo io era che tutte le volte, prima di iniziare a suonare, lì, in sala da ballo, Fritz Hermann, un bianco che non capiva niente di musica ma aveva una bella faccia per cui dirigeva la band, gli si avvicinava e gli diceva sottovoce:
"Per favore, Novecento, solo le note normali, Okay?".
Novecento faceva sì con la testa e poi suonava le note normali, guardando fisso davanti a sé, mai un'occhiata alle mani, sembrava stesse tutto da un'altra parte. Adesso so che ci stava, in effetti, tutto da un'altra parte. Ma allora non lo sapevo: pensavo che era un po' strano, tutto lì.
Quella notte, nel bel mezzo della burrasca, con quell'aria da signore in vacanza, mi trovò là, perso in un corridoio qualunque, con la faccia di un morto, mi guardò, sorrise, e mi disse: "Vieni".
Ora, se uno che su una nave suona la tromba incontra nel bel mezzo di una burrasca uno che gli dice "Vieni", quello che suona la tromba può fare una sola cosa: andare. Gli andai dietro. Camminava, lui. Io... era un po' diverso, non avevo quella compostezza, ma comunque... arrivammo nella sala da ballo, e poi rimbalzando di qua e di là, io ovviamente, perché lui sembrava avesse i binari sotto i piedi, arrivammo vicino al pianoforte. Non c'era nessuno in giro. Quasi buio, solo qualche lucina, qua e là. Novecento mi indicò le zampe del pianoforte.
"Togli i fermi," disse. La nave ballava che era un piacere, facevi fatica a stare in piedi, era una cosa senza senso sbloccare quelle rotelle.
"Se ti fidi di me, toglili."
Questo è matto, pensai. E li tolsi.
"E adesso vieni a sederti qua," mi disse allora Novecento.
Non lo capivo dove voleva arrivare, proprio non lo capivo. Stavo lì a tenere fermo quel pianoforte che incominciava a scivolare come un enorme sapone nero... Era una situazione di merda, giuro, dentro alla burrasca fino al collo e in più quel matto, seduto sul suo seggiolino - un altro bel sapone e le mani sulla tastiera, ferme.
"Se non sali adesso, non sali più," disse il matto sorridendo. (Sale su un marchingegno, una cosa a metà tra un'altalena e un trapezio) "Okay. Mandiamo tutto in merda, okay? tanto cosa c'è da perdere ci salgo, d'accordo, ecco, sul tuo stupido seggiolino, ci son salito, e adesso?"
"E adesso, non aver paura."
E si mise a suonare.
(Parte una musica per piano solo. È' una specie di danza, valzer, mite e dolce. Il marchingegno incomincia a dondolare e a portare l'attore in giro per la scena. Man mano che l'attore va avanti a raccontare, il movimento si fa più ampio, fino a sfiorare le quinte)
Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava diritto verso la vetrata, e quando era arrivato a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il mare lo cullasse, e cullasse noi, e io non ci capivo un accidente, e Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era chiaro, non suonava semplicemente, lui lo guidava, quel pianoforte, capito?, coi tasti, con le note, non so, lui lo guidava dove voleva, era assurdo ma era così. E mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l'Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte. Oh yes.
(Inizia a volteggiare alla grande per il palcoscenico, sul suo marchingegno, con un'aria felice, mentre l'Oceano impazza, la nave balla, e la musica del piano detta una specie di valzer che con diversi effetti sonori accelera, frena, gira, insomma "guida" il grande ballo. Poi, dopo l'ennesima acrobazia, sbaglia una manovra e finisce di slancio dietro le quinte. La musica cerca di "frenare" ma è troppo tardi. L'attore ha giusto il tempo di gridare
"Oh cristo..."
ed esce da una quinta laterale, schiantandosi contro qualcosa. Si sente un gran fracasso, come se fosse finito a distruggere una vetrata, il tavolo di un bar, un salotto, qualcosa. Un gran casino. Attimo di pausa e di silenzio. Poi dalla stessa quinta da cui è uscito, l'attore rientra, lentamente)
Novecento disse che doveva ancora perfezionarlo, quel trucco. Io dissi che in fondo si trattava proprio solo di registrare i freni. Il comandante, finita la burrasca, disse (concitatamente e gridando)
"PORCO DI UN DEMONIO VOI DUE ADESSO FINITE IN SALA MACCHINE E CI RESTATE PERCHÉ SE NO VI UCCIDO CON QUESTE MANI, E SIA CHIARO CHE PAGHERETE TUTTO, FINO ALL'ULTIMO CENTESIMO DOVESTE LAVORARE TUTTA LA VITA, COM'È VERO CHE QUESTA NAVE SI CHIAMA VIRGINIAN E VOI SIETE I DUE PIÙ GRANDI IMBECILLI CHE MAI ABBIANO SOLCATO L'OCEANO".
Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella cosa lì, essere felici. O una cosa del genere.
da: La tigre e la neve: Su su... svelti eh, svelti, veloci... Piano, con calma. Non v'affrettate, eh.
Poi non scrivete subito poesie d'amore, eh! Che sono le più difficili aspettate almeno almeno un'ottantina d'anni eh...
Scrivetele su un altro argomento, che ne so su... su... il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco, che non esiste una cosa più poetica di un'altra, eh? Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro! Cos'è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innammoratevi! Se non vi innammorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innammorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità! E come si fa? Fammi vedere gli appunti che mi son scordato! Questo è quello che dovete fare! Non son riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto!
Avete capito?
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il pezzo non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh... buttatevi in terra! Mettetevi così! Eccolo qua... Oh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima!? Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono!
Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola... "muro"! "Muro" non ti dà retta... non usatela più per 8 anni, così impara!
Che è questo? Boh! Non lo so! Questa è la bellezza! Come quei versi là, che voglio che rimangano scritti lì per sempre!...
Forza cancellate tutto.
Da: L'attimo fuggente (Quale sarà il tuo verso?)
Keating: Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il
primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: Comprendere la Poesia?
Perry: Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito. Per
comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica,
la rima e le figure retoriche e, poi porci due domande: uno con quanta efficacia
sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta
l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza
di una poesia, diventa una questione relativamente semplice.
Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la
sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della
poesia per misurarne la grandezza.
Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in
orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in
orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne
rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di
valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà
il vostro godimento e la comprensione della poesia.
Keating: Escrementi! Ecco cosa penso delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo
parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia
facendo la hit parade. Gagliardo Byron, è solo al quinto posto, ma è poco
ballabile.
Keating: Adesso voglio che strappiate quella pagina!: Coraggio, strappate
l’intera pagina. Mi avete sentito, strappatele? Ho detto di strappatele! Coraggio,
strappatela. Molto bene, Dalton, anzi, sapete una cosa, è meglio che strappiate
tutta l’introduzione, voglio che sparisca per sempre, che non ne rimanga traccia
alcuna. Avanti, strappate. Vai con Dio J. Evans Prichard, professore emerito.
Strappate, strappate, rompete, frantumate, non voglio sentire altro che gli strappi
del professor Prichard, forza che poi attacchiamo tutto in bagno. Non è la
Bibbia, non andrete certo all’inferno.
Richard: Questo è matto!
Keating: Coraggio, fate un lavoro accurato, che non ne rimanga niente!
Richard: Ma non si strappa un libro!
Neil: Strappa, strappa e strappa, dai!
Keating: Strappate, signori, strappate.
Altri: E dai…
Io strappo tutto il libro, eh, professore?
Ah, Ah…
Mc Allister: Ma che diavolo sta succedendo qui!
Keating: Non sento più strappi.
Mc Al. Signor Keating!
Keating: Signor Mc Allister!
Mc Al. Mi scusi, io non sapevo che fosse qui.
Keating: E invece.
Mc Al. Ah, allora, c’è, mi scusi.
Keating: Continuate a strappare, ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime
sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille, Dalton. Armate di
accademici, che avanzano misurando la poesia, no, non lo permetteremo, basta
con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la
vostra testa, imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si
dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli
occhi di Pitts dice che la letteratura dell’Ottocento non c’entra con le facoltà di
economia e di medicina, può darsi. E lei, Hopkins, è d’accordo con lui e pensa:
È sì, dovremmo semplicemente studiare il professor Prichard, imparare rima e
metrica e preoccuparci di coltivare altre ambizioni.
Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi, avvicinatevi! Non leggiamo e
scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo
membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina,
legge, economia, ingegneria, sono nobili professioni, necessarie al nostro
sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste
le cose che ci tengono in vita.
O me o vita!
Domande come queste mi perseguitano.
Infiniti cortei di infedeli,
città gremite di stolti,
che v’è di nuovo in tutto questo?
O me o vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
che il potente spettacolo continua
e che tu puoi contribuire con un verso.
“Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.
Quale sarà il tuo verso?”
Da: L'attimo fuggente (Carpe Diem) Keating: Dunque: chi di voi è Pitts? Molto bene, vuole aprire il suo libro a pagina 503?
Legga la prima strofa della poesia che ci trova.
Pitts: “Oh vergine cogli l’attimo che fugge"?
Keating: Sì, proprio quella. E' appropriata, no?
Pitts. Cogli la rosa quando è il momento,
che il tempo, lo sai, vola
e lo stesso fiore che sboccia oggi,
domani appassirà.
Keating: Grazie mille, Pitts.
Cogli la rosa quando è il momento, in latino, invece, si dice Carpe diem”. Chi
lo sa che cosa significa?”
Maeks: Carpe diem, cioè cogli l’attimo.
Keating: Molto bene, signor?
Maeks: Maeks.
Keating: Maeks, mi ricorderò il suo nome.
Cogli l’attimo, cogli la rosa quando è il momento.
Perché il poeta usa questi versi?
Charlie: Perché va di fretta!
Keating: No, diing! Grazie per aver partecipato al nostro gioco.
Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi! Perchè, strano a dirsi ragazzi, ognuno di
noi, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.
Adesso, avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato.
Lì avete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati, non sono molto
diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni, come voi, invincibili,
come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi
cose, come molti di voi, i loro occhi, pieni di speranza, proprio come i vostri.
Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del
loro potenziale?
Perché vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate
con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi,
sentite?
Carpe diem, carpe diem… cogliete l’attimo, ragazzi.
Rendete straordinaria la vostra vita.
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Se noi ombre vi abbiamo offeso, per poterci dare il perdono: fate conto di aver dormito, mentre queste visioni apparivano e che a mostrarvi paesaggi immaginari sia stato un sogno.
Signori, non ci rimproverate.
Se ci perdonate... rimedieremo!
Ascoltate l'onesto Puck: se avremo la grande sorte di sfuggire ai vostri insulti, potremo rimediare, signori. Che Puck non è un mentitore.
Quindi: buonanotte a tutti voi!
Datemi la mano e siamo amici! e pook i danni vi rifonderà. (da: sogno di una notte di mezza estate-Shakespeare)
Da: L'attimo fuggente (Osate cambiare) "Perchè sono salito quassù? Chi indovina?"
"Per sentirsi alto?"
"No! Grazie per aver partecipato.
"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.
E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi!" Coraggio!
E' proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo: ci dovete provare. Ecco: quando leggete, non considerate soltanto l'autore. Considerate quello che voi pensate. Figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più alto è il rischio di non trovarla affatto!
Thoreau dice: "Molti uomini hanno vita di quieta disperazione", non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
Osate cambiare, cercate nuove strade.!"
da: la leggenda del pianista sullOceano -"Da dove la prend?
-"Che cosa'"
-"La musica"
"Non lo so... La vedi quella signora seduta laggiù deve essere tedesca. Guardala: non sembra una che ha ucciso il marito con la complicità del giovane amante e sta fuggendo con tutta l'eredità. Questa musica non le somiglia?"
"Sì E' verissimo!"
"E lo vedi quello li? Sembra uno che ha troppi ricordi: la testa gli scoppia e non riesce a dimenticare niente. Questa è la sua musica.
E quella? Non potrebbe essere una prostiiuta chh stameditando di farsi monaca?"
"Incredibile..."
"E quello li: guarda come cammina! Sembra che il vestito non sia il suo, dal modo in cui lo indossa. Deve essere un clandestino che si è intrufolato tra i ricchi della prima classe, in cerca di avventure galanti. Guardalo bene: ha l'America negli occhi. Sarà lui ad avvistarla per primo. Lo sento già gridare"
Sapeva leggere Novecento. Non i libri, quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso. Posti, rumori, odori, la loro terra., la loro storia: tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita,catalogava, sistemava, ordinava in quell'immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l'aveva visto mai, ma erano quasi trentanni che il mondo passava su questa nave; ed erano quasi trantanni che lui su questa nave lo spiava e gli rubava l'anima.
Da: Castelli di rabbia -